
Il timore di scomparire, di essere dimenticati, è il riflesso di una delle più grandi paure: la morte. Ogni nostra inquietudine, dalla domanda su cosa ci attenda dopo la vita al desiderio di lasciare un segno, trova le sue radici in questo timore. Per questo, molti si affannano a compiere imprese straordinarie, temendo di non essere abbastanza, di fare troppo poco, di passare inosservati. Nei giovani, questa ansia si amplifica, trasformandosi in una corsa sfrenata verso un’idea astratta di grandezza, spesso ispirata ai grandi nomi della storia e della letteratura. Qui si Immagine generata dall'AI (ChatGPT) aprono due strade.
La prima è quella in cui molti si perdono: rincorrere un modello di perfezione imposto da chissà chi, dedicare l’intera esistenza a cercare di lasciare un’impronta indelebile, sperando di essere ricordati. Ma da chi? Da un pubblico incerto, da una società in continua evoluzione, da un futuro che forse nemmeno esisterà? Ironico, se pensiamo a quanto poco ci impegniamo per preservare quel futuro stesso. Lottiamo per essere ricordati dalle generazioni a venire, eppure ignoriamo crisi ambientali e problemi che potrebbero condannarle all’estinzione.
La seconda strada è più difficile, ma senza dubbio più saggia: accettare che la vita non ha bisogno di un riconoscimento esterno per avere valore è una consapevolezza che pochi raggiungono davvero. I filosofi epicurei lo sostenevano già secoli fa: la felicità non sta nella gloria o nella fama, ma nella capacità di godere delle cose semplici, senza lasciarsi ossessionare dal giudizio altrui.
Orazio, con il suo carpe diem, ci invita a smettere di vivere nel futuro, a non sprecare il presente nell’ansia di essere ricordati, perché il tempo che abbiamo è limitato e,come diceva Seneca, non è la vita a essere troppo breve, ma siamo noi a sprecarla, inseguendo ciò che non conta davvero.

E allora, invece di affannarci per essere ricordati, forse vale la pena concentrarsi sul vivere con autenticità, senza la pretesa di piacere a tutti o il peso costante del confronto. Questo non significa rinunciare alle proprie ambizioni, ma liberarsi dall’ossessione di lasciare un segno a tutti i costi, come se il valore della nostra esistenza dipendesse dal riconoscimento altrui. Perciò, la scelta più saggia è quella di coltivare la propria crescita, di trovare soddisfazione nel percorso anziché nell’approvazione esterna, evitando di cadere nell’egoismo o nell’indifferenza. Non si tratta di vivere senza memoria, ma di costruire un’impronta autentica, fatta di momenti vissuti con intensità e consapevolezza, piuttosto che di un’ossessiva ricerca di immortalità.
Dopotutto, il tempo cancella tutto. Non sarà il nostro nome a sopravvivere, ma ciò che abbiamo lasciato nel presente: negli sguardi che abbiamo incrociato, nelle parole che abbiamo detto, nelle azioni compiute senza aspettarci nulla in cambio. Epistulae Morales ad Lucilium (I, 1): “Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus.” – “Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne sprechiamo molto.”
E forse, più che affannarci a pensare a ciò che rimarrà di noi, dovremmo preoccuparci di vivere in modo da non avere rimpianti quando, inevitabilmente, il tempo ci porterà via.
Elisa Mazzella
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